Dalla Cina a Gauguin: due mondi discordanti ma tutti da scoprire

di Clara Grasso – Fino al 31 marzo 2020 è possibile ammirare al Palazzo della Cultura a Catania due incredibili mostre: “Cina – Arte in movimento” e “Gauguin – Diario di Na Noa”.

A cura di Daniele Arionte, Giacomo Fanale, Giovanna Giordano, Giuseppe Frazzetto e Vincenzo Sanfo, le esibizioni raccontano da un lato, la fatica compiuta dal popolo cinese per diventare una grande potenza economica, anche in ambito culturale e artistico e dall’altro il mondo primitivo dei territori polinesiani visitati da Gauguin.

La mostra inizia con una combinazione tra arte antica, contemporanea e propagandistica cinese attinente al periodo della rivoluzione culturale e del maoismo tra il XIX e il XXI secolo. L’intento è quello di ripercorrere la storia della Cina attraverso trasformazioni ed abitudini culturali e sociali che hanno sviluppato politicamente e culturalmente il paese, rappresentando il balzo che ha fatto per mettersi al passo col mondo occidentale.

Rimandando alla tradizione, non possono mancare i ventagli cinesi di Chan Shao Mai, Jiang Hantin e Wang Tian, dipinti ad inchiostro con acquarello o inchiostro colorato, le calligrafie, composte dai “4 tesori” (pennello, bastoncini d’inchiostro, calamaio e carta) e considerate Arte vera per la Cina per l’abilità di non staccare mai il pennello dalla carta o fermare la mano poiché si estenderebbe l’inchiostro, e le piccole scarpe, usate per la pratica dei “Piedi di Loto” che prevedeva l’imprigionamento dei piedi, fasciati in maniera molto stretta, delle donne nobili e dei ceti inferiori per avere un’andatura elegante ritenuta segno di bellezza e distinzione. In alcuni casi, venivano rotte le ossa delle dita per poterle piegare ed assumere la posizione “del fiore di loto” causando dolori e malattie.

Esposte opere di artisti come Ai Weiwei, Xiao Lu e Song Youngping, uniti alla tradizione e alla politica del paese che hanno partecipato alla mostra “Avantgarde” a Pechino, sottoforma di protesta, che portò all’arresto degli artisti che vi parteciparono.

La mostra continua con Gauguin, le sue 21 xilografie e il suo diario polinesiano che racconta un mondo fatto di genuinità e istinto, magnifici paesaggi e i Maori. L’artista andò a Tahiti nel 1891 per allontanarsi dalle regole e dai preconcetti di una società che lo limitava e vi stese per 3 anni entrando in contatto con una nuova civiltà e andando alla scoperta del profumo di questa nuova terra, “noa-noa” appunto significa “che profuma”. Al rientro a Parigi decise di scrivere un libro sulla sua esperienza per “far capire la mia pittura”.

Tra le varie xilografie viene illustrata la vita quotidiana delle donne tahitiane, che vivono con gli animali in comunità per documentare quel mondo selvaggio e primitivo.

Sono esposte due sculture, una in terracotta “Hina et Tifatou o Vases aux Quatre Dieux” e l’altra in bronzo “Tii a la coquille o Idole a la coquille”, di cui entrambi i prototipi sono custoditi al Musee D’Orsay di Parigi. La seconda era originariamente in legno, un regalo che Gauguin fece al suo amico Daniel de Monfreid, ma quest’ultimo decise di realizzare un calco perché si stava deteriorando, da lì vennero realizzati 6 esemplari. Rappresenta un idolo inventato da Gauguin perché nella tradizione polinesiana non adoravano gli idoli. Si ispirò a un Buddha dalle fattezze delle isole marchesi inserendo elementi decorativi tipici come la conchiglia e i tatuaggi.

Interessanti entrambe le esposizioni con un maggior coinvolgimento nella mostra cinese perché rappresentata con innumerevoli sfaccettature e un forte impatto visivo.

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