“La moda è un mestiere da duri”, parola di Fabiana Giacomotti

Dietro alle riviste patinate, alle immagini di seduzione, alle passerelle luccicanti, alle icone di bellezza… c’è altro. Ci sono guerre di potere, di affari, tra imprenditori e stilisti a volte improvvisati. A svelare questo “retroscena” un po’ duro è Fabiana Giacomotti. Scrittrice, giornalista, specializzata in letteratura francese e inglese, docente alla Sapienza, autore tv, curatrice di mostre. Nei quotidiani e periodici – testate cartacee e on line – con i quali ha collaborato (fra cui “Il Giornale”, “Il Mondo”, “Amica”, “MfFashion”, “Il Foglio”, “Lettera 43” ) ha ricoperto tutti i ruoli. Il risultato? La sua indiscussa capacità di analizzare il sistema moda.

Nel suo ultimo libro “La moda è un mestiere da duri” ( edito Rizzoli), descrive in modo acuto e anche un po’ polemico un “dietro le quinte” fatto di agender, milf, peacocks, shopping online, blogger power.

Bisognava fare chiarezza su questo mondo?

“La moda non ha bisogno di chiarezza. Tout juste le contraire. smercia sogni. Non vende affatto, per parafrasare un famoso slogan ‘solide realtà’. La sua ragion d’essere poggia sulla leggerezza e la giovinezza che suggerisce e postula nel tacito contratto con chi la compra. Come scrivo nel capitolo iniziale del libro, la moda è disposta a pagare il prezzo altissimo della fatuità, che non le appartiene, pur di non rivelare al mondo la sua natura industriale. In questo risiede la sua durezza: nel mostrare al mondo una maschera di eterna allegria e giovinezza, quando le sue logiche sono del tutto simili a quelle dell’alimentare mass market. Vi sarete accorti che negli ultimi dieci anni i top manager della moda sono arrivati dal mondo dell’alimentare o dello sport, no?”

Chi sono, quindi, “i duri a morire” nella moda?

“L’unica cosa dura a morire nella moda è l’idea che ce ne siamo fatti e nella quale ci ostiniamo a credere. Della moda ci piace la favola che le viene cucita addosso”

Lei ha iniziato a scrivere di moda nel 2007 per il Foglio. Come è cambiato il linguaggio della moda?

“Non è cambiato. Si è fatto solo molto più incompetente. Mi sento male se penso alla differenza nella preparazione fra le giornaliste e le scrittrici delle due generazioni precedenti alla mia, Louise de Vilmorin, Diane Vreeland, Maria Pezzi, Franca Sozzani, Anna Piaggi, Gisella Borioli, e questa nouvelle vague di influenzatrici del proprio guardaroba, ignoranti anche di storia generale e di sempkice sintassi”.

Frivolezza, tic, crisi di nervi, affari, ossessione per la bellezza. Come si sopravvive, quindi, a tutto questo?

“Se la moda perdesse i suoi tic, le sue crisi di nervi, la sua ossessione per la bellezza, perderebbe tutto il suo storytelling. E la ragione per cui tutti vogliono farne parte”.

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *